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La storia del teatro La ricostruzione I progetti presentati
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I progetti presentati
 
   
 

 

 

     

Presentazione della mostra dei progetti

In molti si dolgono perché a Venezia non si è riusciti a far costruire niente di Wright e di Le Corbusier. Solo Gardella alle Zattere può dire di essere presente; insieme a James Stirling con un piccolo edificio che si trova comunque ai margini della città storica.
Anche i più intransigenti fautori del nuovo cedono a quell’aura un po’ melanconica che accompagna la venezianità; un luogo dove più che da altre parti le forze della natura sembrano impadronirsi continuamente dell’opera umana. Dove la forza disgregatrice degli elementi da una parte e il lavoro di costruzione dell’uomo dall’altra si sono fusi così intimamente in un equilibrio precario, ma tale da formare un’immagine tranquillizzante di un’esistenza puramente naturale. In cui il nuovo come tale appare assolutamente estraneo.
Per questo anche i più convinti innovatori chiedono prudentemente di “valutare la consistenza statica della facciata e delle mura rimaste […] interroghiamo l’edificio così com’è oggi. Interroghiamo il progetto con lo spirito del dialogo tra il vecchio e il nuovo”. Insomma, si fa strada l’idea di “conservare e innovare”.
Non si tratta di una novità. La cultura italiana aveva già percorso questo calvario soprattutto dopo la guerra finita nel 1945. I bombardamenti e le distruzioni che avevano martoriato la popolazione e le città, avevano imposto una riflessione ampia su che cosa si sarebbe dovuto fare. Con il contributo essenziale di Enzo Paci e della fenomenologia relazionistica fu sperimentata una via assolutamente originale che si esprime attraverso una sorta di disponibilità all’ascolto della realtà sensibile. Il filo con cui s’intende tessere il progetto del futuro coniuga i temi del vecchio col nuovo. Della permanenza e dell’emergenza. Della tradizione e del rinnovamento. Avvertendo che la nuova architettura “non può essere né realistica né idealistica ma relazionistica”.
Da qui i temi della continuità, attraverso cui si cerca di superare la fissità dell’ideologia razionalista e di quella organicista. L’essenza di questa visione è sintetizzata da alcuni vocaboli come Epochè, Lebenswelt, Intenzionalità. Insomma “Il vero moderno è, alla fine, ciò che in nuove forme rende vivo e presente in sé l’antico e il vero revival è il nuovo orizzonte che si apre con la modernità. Il moderno è ciò che, negando la fossilizzazione dell’antico, e quindi la sua morte, fa rinascere l’antico in nuove forme, così come, in modo analogo, l’uomo non è la negazione della natura che egli erroneamente contrappone a sé come qualcosa di compiuto e di conclusivo per considerare se stesso come pura libertà e puro spirito, ma il continuare in sé il processo di evoluzione della natura che nell’uomo sempre rinasce e riprende, in forme nuove, se stesso” (Enzo Paci).
È il tema delle cosiddette preesistenze ambientali che caratterizza il lavoro di pochi anni del dopoguerra, che vede la realizzazione di alcune esperienze importanti, tra cui soprattutto la Casa Perego in via Borgonuovo a Milano dei BBPR e il PAC di Ignazio Gardella. E di altre poche figure professionali le cui opere si possono apprezzare leggendo in filigrana le parole di E.N. Rogers: “Non è opera veramente moderna quella che non abbia autentiche fondamenta nella tradizione, epperò le opere antiche hanno significato odierno finché siano capaci di risuonare per la nostra voce”.
Più tardi questa tematica rifà capolino in forme più complesse, non a caso proprio a Venezia alla Prima mostra internazionale di architettura con il tema de La presenza del passato. Il dibattito s’infiammò oltre misura ed ebbe un seguito importante nella discussione col postmodernismo che sancisce forme molto diverse di “recupero” del passato.
Il Progetto Preliminare, coordinato dalla Prefettura di Venezia, per la ricostruzione de La Fenice vede la luce il 30 agosto 1996. Tiene conto molto sinteticamente di quel che si è detto e scritto sul problema di rifare il teatro (cfr. soprattutto i numeri monografici di “‘ANAGKH” e di “Quasar”). Precisa gli indirizzi progettuali per la ricostruzione che si riassumono nel consolidare, restaurare e recuperare a nuovo uso e godimento ogni membratura, parte, finitura o decorazione superstite della fabbrica; riprodurre le proprietà e il comportamento acustico della sala scomparsa; salvaguardare, relativamente alle parti di godimento pubblico – e nei limiti della ragionevolezza – la peculiare atmosfera dell’edificio distrutto; aggiornare le dotazioni impiantistiche e scenografiche, col ricorso a tecnologie aggiornate; razionalizzare gli spazi di servizio; ottimizzare la gestione delle attività teatrali.
Eppoi ancora “La ricostruzione del Teatro dovrà necessariamente risolvere i problemi posti dai vincoli fisici, architettonici e ambientali presenti, rispondere all’esigenza di tutelare la sicurezza, l’igiene e la salute di lavoratori e utenti, raffrontarsi alle caratteristiche costruttive e tecnologiche del nostro tempo; tutto ciò rende materialmente impraticabile ogni ipotesi di riproduzione pedissequa del manufatto, così come si presentava prima dell’incendio. […] La Fenice non potrà certo tornare ad essere il teatro edificato dal Selva, ricostruito dal Meduna o modificato dal Miozzi; sia pure simile, non sarà nemmeno uguale al teatro dei giorni precedenti l’incendio. Abbondantemente ricostruita, rimpiazzata nelle parti distrutte, modificata parzialmente nelle funzioni, migliorata negli impianti e nella tecnologia, la nuova Fenice potrà essere, in ogni caso, solo un’evocazione dell’antica”.
Dunque, dalle fredde parole necessariamente burocratiche del Progetto Preliminare il “com’era e dov’era” si riduce a un’intenzione, a un anelito, nella consapevolezza che non possiamo pensare “né il tempo come reversibile né l’abolizione della storia” (Cesare Brandi).

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I progetti presentati

Carena
Consorzio Cooperative Costruzioni
Ferrovial
Impregilo
Mabetex Project Engineering s.a.
Philipp Holzmann Bau AG Süd-Romagnoli s.p.a.
 
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