| Presentazione
della mostra dei progetti
Roberto Cecchi
Soprintendente per i Beni Ambientali e Architettonici di Venezia
La decisione di realizzare la mostra sui progetti per la
ricostruzione de La Fenice nel Salone del Piovego di Palazzo Ducale è
maturata all’inizio di maggio di quest’anno. Lo spazio disponibile
nella Sala dei Signori della Notte è poco più di 250 metri
quadrati. Dunque, una superficie abbastanza ristretta pensando che sono
ben sei i progetti da presentare con migliaia di disegni esecutivi. Ma
forse è anche quella ottimale per non eccedere nel filologismo
che spesso finisce coll’essere dispersivo e poco chiaro. Per cui
il merito di una salutare sintesi della proposta espositiva lo si deve
semplicemente al poco spazio disponibile.
La scelta centrale è stata quella di esporre i documenti. Semplicemente
quelli che erano stati presentati al concorso evitando assolutamente l’inserimento
di ulteriori elaborati. Dunque, si tratta di una mostra che presenta le
intenzioni progettuali concrete, non quegli aggiustamenti che spesso si
fanno a posteriori, magari dopo che l’opera è stata realizzata.
Tutto ruota intorno al plastico del Selva che rappresenta emblematicamente
il bando di gara per la ricostruzione che, invece, è possibile
leggere all’interno del catalogo come Relazione Generale; questa
maquette dà l’idea di cosa si sia voluto intendere per “com’era
e dov’era”. Lo slogan che ha accompagnato la nascita del progetto
di ricostruzione de La Fenice.
Per la presentazione dei progetti si è privilegiato soprattutto
l’esposizione dei plastici – dove c’erano – per
la loro immediatezza e per la facilità di comprensione anche per
i non addetti ai lavori. Per i disegni si è chiesto ai progettisti
di fare una selezione nell’ambito di ciò che loro stessi
avevano già elaborato che fosse anche in questo caso la più
semplice e immediata possibile.
La scelta ulteriore è stata quella di non commentare i documenti
pubblicati, proprio per lasciar libero chiunque di elaborare una propria
autonoma valutazione, nella consapevolezza che il materiale reso disponibile
ha in sé tutti gli elementi per essere compreso e commentato.
Detto questo, resta solo da riassumere i contorni all’interno dei
quali è maturata la vicenda progettuale. E a quale domanda i progettisti
sono stati chiamati a rispondere.
Dopo l’incendio che distrusse La Fenice il 29 gennaio 1996 si aprì
un dibattito su che cosa si sarebbe dovuto fare. Stabilito che il teatro
doveva essere ricostruito e subito, la domanda verteva sull’opportunità
o meno di riedificarlo tale e quale, magari basandosi sui disegni che
esistono negli archivi, oppure di rifarlo ex novo sulla base di un progetto
che fosse il prodotto dell’attuale cultura costruttiva.
Come accade sempre in queste circostanze, anche stavolta è prevalso
il sentimento di rimarginare la ferita il più in fretta possibile
e la volontà emotiva di riavere indietro ciò che è
andato irrimediabilmente perduto con l’incendio. Lì e subito.
“Com’era dov’era”.
È ciò che è successo dopo le distruzioni prodotte
dalle guerre in Europa a Coventry, a Dresda, a Norimberga, a Verona e
con l’esempio emblematico di Varsavia che è stata completamente
ricostruita sulla base della memoria di quella precedente. È quello
che successe a Firenze nel secondo dopoguerra col Ponte a Santa Trinita
che venne ricostruito sulla spinta dello storico Bernard Berenson che
volle comunque che se ne rifacesse una copia. Mentre a Pavia si rifaceva
il famosissimo ponte coperto.
Sempre nello stesso periodo anche a Milano si ricostruì il Teatro
alla Scala “com’era e dov’era”. Ancora, ma più
di recente, è successa la medesima cosa a Venzone dopo il terremoto
del 1976 dove un’intera basilica è stata ricostruita nonostante
che, dopo il crollo, non fosse rimasto altro che un mucchio di sassi.
È ciò che si voleva che fosse fatto anche per la Torre Civica
di Pavia dopo l’improvviso crollo del 1989 o per la cattedrale di
Noto collassata sempre nel 1996.
È storia contemporanea la ricostruzione sulle ceneri di San Giorgio
in Velabro a Roma; della torre dei Gergofili a Firenze; del PAC a Milano.
Ed è ciò che si sta tentando per la Cappella della Sacra
Sindone a Torino e probabilmente per il Petruzzelli di Bari.
Oltretutto a Venezia si avevano sottomano esempi antichi per legittimare
questa scelta. La prima risale al lontano 1577 dopo l’incendio di
Palazzo Ducale, quando si decise di riparare il palazzo dei Dogi invece
di aderire alla proposta del nuovo edificio progettato da Palladio; oltretutto
proprio questa sala dove si trova la mostra porta con sé i segni
di quella devastazione e la mole delle riparazioni che furono necessarie.
Eppoi il campanile di piazza San Marco caduto nel 1902 e rifatto nel 1912
a immagine e somiglianza del precedente, proprio per il quale si coniò
lo slogan “com’era e dov’era”, nonostante che
anche in quel caso taluni chiedessero che non venisse fatta una ricostruzione
in stile. Addirittura Ruskin avrebbe voluto che fossero lasciate lì
le macerie in attesa che la natura facesse il suo corso, in omaggio a
una visione oltremodo ruinista della realtà.
Di fatto, dopo il crollo de La Fenice lo slogan del “com’era
e dov’era” prende il sopravvento. Il mondo della cultura,
dell’imprenditoria e della politica sono sostanzialmente unanimi
nell’indicare questa strada, che tra l’altro sembra interpretare
un sentimento diffuso della gente veneziana che non è diverso da
quello di chiunque abbia subito un vulnus di questa portata.
Le voci contrarie vengono sostanzialmente dal mondo della disciplina del
restauro che si fanno interpreti da sempre di una visione diversa del
problema. Ritenendo impossibile resuscitare ciò che è andato
perduto, chiedono si progetti una nuova architettura al posto di quella
andata in fumo, che sia espressione della sensibilità attuale.
Tuttavia, le posizioni non sono così nette come potrebbe apparire
dai resoconti giornalistici. Anche i sostenitori più convinti del
nuovo paiono tenere in conto la particolare condizione ambientale della
città di Venezia. È davvero difficile progettare il nuovo
in un luogo che in qualche modo è rimasto nei secoli impermeabile
alle novità. Che è rimasto silenziosamente diffidente davanti
ai principi rinascimentali e ha rifiutato a torto o a ragione i contributi
del moderno.
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I progetti presentati
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